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Cronologia della Letteratura Rumena - UniFI
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1868

Vasile Alecsandri
Iarna [D’inverno]

Nell’aria il terribile inverno setaccia nuvole di neve,
Fluenti cumuli vaganti raccolti a mucchi in cielo;
Volano i fiocchi, si librano in aria come sciame di bianche farfalle,
Brividi gelidi spandendo sugli omeri bianchi della terra.

Fiocchi di giorno, fiocchi di notte, al mattino fiocchi ancora!
Di argentea armatura si copre la fiera terra;
Il sole tondo e pallido s’intravede fra le nubi
Qual sogno di giovinezza fra gli anni fugaci.

Tutto è bianco sul campo, sui colli, vicino, lontano,
Come bianchi fantasmi i pioppi affilati si perdono all’orizzonte,
E sulla distesa deserta, senza orme, senza via,
Si vedono borghi perduti sotto bianchi vapori di fumo.

Ma la neve cessa, le nubi fuggono, il desiato sole
Brilla e accarezza l’oceano di neve.
Ecco una slitta leggera che passa fra le valli…
Nell’aria gioiosa risuonano tintinnii di sonagli

(Vasile Alecsandri, Iarna, in Id., Opere, I, Poezii. Text ales şi stabilit de G. C. Nicolescu şi G. Rădulescu-Dulgheru, studiu introductiv, note şi comentarii de G. C. Nicolescu, Editura pentru Literatură, Bucureşti, 1966, p. 315)

 

Titu Maiorescu
În contra direcţiei de astăzi în cultura română (1868)*
[Contro l’odierna direzione nella cultura rumena (1868)*]

Le Conversazioni letterarie hanno pubblicato una serie di ricerche critiche sulle più importanti opere che hanno caratterizzato la letteratura rumena nell’ultimo periodo, sulla poesia di salotto e la poesia popolare, sull’“etimologismo” del signor Cipariu e il Sussidiario del signor Pumnul, sul diritto pubblico dei rumeni secondo la scuola di Barnuţiu e sulla lingua rumena nei giornali austriaci.
Queste critiche non sono rimaste senza risposta; tuttavia tutte le risposte, secondo l’uso introdotto da noi, erano piene di personalità, cosicché, per rispetto della pubblicità, è stato necessario passarle sotto silenzio. Cosa interessa in tali discussioni la persona dello scrittore.
Un’eccezione si può ammettere solo per l’ultima risposta di Transilvania, poiché alcune sue osservazioni sono l’occasione per caratterizzare l’intera cultura rumena al giorno d’oggi e, di conseguenza, meritano di essere rilevate. Inoltre, Transilvania è l’organo pubblico dell’Associazione per la letteratura e la cultura del popolo rumeno, redatto da uno dei nostri uomini più conosciuti, dal signor Bariţ, e poiché rappresenta in tal modo il fiore dello sviluppo intellettuale transilvano, ha diritto di chiedere di non essere ignorata.
Transilvania, rispondendo ai nostri articoli sulla lingua rumena nei giornali austriaci, ristampati nel presente volume, incomincia con il riprodurre l’anticritica alla Famiglia di Pest, la quale è dell’opinione che gli errori linguistici da noi criticati siano solo “bagattelle”. Transilvania stessa riconosce che i giornali austriaci scrivono male in rumeno, si stupisce tuttavia che anche quelli di Iaşi scrivano male e cita come esempi alcuni passaggi pieni di errori della Settimana. Nelle sue altre osservazioni sembra unirsi all’opinione della Famiglia sulle “bagattelle” da noi criticate e dice:

Fra il gran numero di proverbi rumeni ce n’è anche uno che dice: il villaggio brucia, la vecchia si pettina. Ora, ecco qua, ora nel 1868 trova il signor Maiorescu il tempo di chiedere ai pubblicisti di queste parti stile chiaro, grammatica, ortografia.

Chi ci fa queste obiezioni? Capiremmo se esse ci venissero da L’Ape, La federazione, Il telegrafo, perché questi sono fogli soprattutto politici, i quali, nel sostenere gli importanti interessi costituzionali cui sono consacrati, si possono almeno scusare, per non aver avuto sufficiente attenzione per la lingua in cui scrivono. Ma che proprio i due fogli letterari, Transilvania e Famiglia, abbiano diritto a farcele, questo non lo possiamo accettare.
È, al contrario, caratteristico dello stato cui è giunta la nostra cultura intellettuale che l’organo ufficiale dell’associazione transilvana per la letteratura rumena e la cultura del popolo rumeno – abbia – come dire con un termine parlamentare? – abbia l’ispirazione di risponderci che sarebbe “un pettinarsi della vecchia”, se nell’anno 1868 chiediamo loro grammatica, stile e ortografia!
Non sappiamo cosa avranno pensato i membri di quell’associazione nel leggere una tale risposta da parte del loro rappresentante. Noi tuttavia ci siamo posti la seguente domanda: Se un foglio letterario non è in condizione di scrivere secondo la grammatica, se si dichiara incapace di avere ortografia e stile corretto, allora dove ha trovato il coraggio di presentarsi ancora nell’arena della pubblicistica? E quale utilità immagina possa produrre con il suo lavoro letterario?
La risposta necessaria a queste necessarie domande getta una luce così triste sull’organo dell’associazione transilvana, per non parlare poi di Famiglia, che ci sentiamo provocati a cercare noi stessi le circostanze attenuanti che potrebbero spiegare il loro comportamento in un modo meno sfavorevole e che toglierebbero loro una parte della responsabilità che si sono assunti.
Simili circostanze attenuanti esistono, ed è ora nostro dovere portarle a conoscenza dei lettori.
Il foglio Transilvania e tanti altri fogli letterari e politici dei rumeni sono così malamente redatti, così scadenti per la forma e per il loro contenuto, poiché vivono in un’atmosfera corrotta e si ispirano a idee e a sentimenti che caratterizzano la maggior parte delle “intelligenze e dei veterolottatori” rumeni. Il vizio radicale in essi, e, di conseguenza, in tutta l’odierna direzione della nostra cultura, è la falsità, per non usare una parola più colorita, falsità nelle aspirazioni, falsità in politica, falsità in poesia, falsità persino in grammatica, falsità in tutte le forme di manifestazione dello spirito pubblico.
Sprofondata fino all’inizio del XIX secolo nella barbarie orientale, la società rumena, nel 1820, incominciò a destarsi dalla sua letargia, sfiorata può darsi solo allora dal movimento contagioso attraverso cui le idee della Rivoluzione francese sono penetrate fino alle estremità geografiche dell’Europa. Attratta dalla luce, la nostra gioventù intraprese quella migrazione straordinaria verso le sorgenti della scienza in Francia e in Germania, che fino ad oggi è andata sempre in crescendo e che ha dato soprattutto alla Romania libera una parte del lustro delle società straniere. Sfortunatamente, solo il lustro esteriore! Poiché impreparati com’erano e come sono i nostri giovani, stupiti dai grandiosi fenomeni della cultura moderna, essi furono toccati solo dagli effetti, ma non toccarono anche le cause, videro solo le forme superficiali della civiltà, ma non intravidero i fondamenti storici più profondi, che avevano prodotto necessariamente quelle forme e senza la cui preesistenza esse neppure sarebbero potute esistere. E così, confinati in una superficialità fatale, con la mente e il cuore accesi da un fuoco troppo lieve, i giovani rumeni ritornavano e ritornano nella loro patria decisi ad imitare e riprodurre le apparenze della cultura occidentale, fiduciosi che nel modo più veloce realizzeranno immediatamente anche la letteratura, la scienza, le belle arti e, soprattutto, la libertà in uno stato moderno. E tanto spesso si sono ripetute queste illusioni giovanili, che hanno prodotto ora una vera atmosfera intellettuale nella società rumena, una potente direzione, la quale tocca con eguale forza i giovani e i vecchi, quelli che vanno per imparare, e quelli che ritornano per applicare il loro sapere. A differenza del poeta antico, che, ammirando le enormi difficoltà che ha superato lo stato rumeno fino alla sua costituzione, esclama la famosa frase tantae molis erat romanam condere gentem, i discendenti di questi romani credono facile il loro compito di fondare la stirpe rumena, sulle basi della civiltà, e molti di essi, sono addirittura convinti che oggi questa fondazione sia sul punto di essere compiuta. Abbiamo tutto in abbondanza, – immaginano loro – e quando gli chiedi della letteratura, ti citano la cifra dei fogli anneriti per ciascun anno con lettere rumene e il numero delle tipografie di Bucarest, e quando parli loro di scienza, ti mostrano le società più o meno accademiche e i programmi dei discorsi tenuti sui problemi più difficili dell’intelligenza umana; se ti interessi di belle arti, ti portano nei musei, nelle pinacoteche, nelle gipsoteche, ti mostrano l’esposizione degli artisti in vita e si vantano del numero delle tele appese alla parete; e se, infine, dubiti della libertà, ti presentano la carta su cui è stampata la costituzione rumena e ti leggono i discorsi e le circolari dell’ultimo ministro cui è capitato di essere al potere.
Di fronte a tale direzione del pubblico rumeno, noi non possiamo credere che il vero movente a spingerlo verso la cultura occidentale sia stato un intelligente apprezzamento di questa cultura. Il movente proprio non è potuto essere che la vanità dei discendenti di Traiano, la vanità di mostrare ai popoli stranieri a qualsiasi prezzo, anche a spregio della verità, che siamo a uguali a loro a livello di civiltà.
Solo così si spiega il vizio di cui è infettata la nostra vita pubblica, ovvero la mancanza di qualsiasi solido fondamento per le forme straniere che accettiamo in continuazione.
E pericolosa a questo riguardo non è tanto la mancanza di fondamento in sé, quanto la mancanza nel pubblico di qualsiasi sentimento della necessità di questo fondamento, è la sufficienza con cui i nostri uomini credono e fanno credere di aver compiuto un’azione allorquando hanno prodotto o tradotto solo una forma vuota degli stranieri. Questo totale smarrimento del giudizio è il fenomeno più importante nella nostra situazione intellettuale, un fenomeno così grave, che ci sembra che sia dovere di ciascuna intelligenza onesta studiarlo, seguirlo dalla sua prima manifestazione nella cultura rumena e denunciarlo ovunque agli spiriti più giovani, perché questi comprendano e accettino il compito di combatterlo e annullarlo senza pietà, se non vogliono essi stessi essere annullati dal suo peso.
Nel 1812, Petru Maior – per non ricordare la compilazione di citazioni fatta da Şincai senza alcun discernimento – scrive la sua storia sull’inizio dei rumeni in Dacia. Nella tendenza che ha di dimostrare che siamo discendenti incorrotti dei romani, Maior sostiene nel quarto paragrafo che i daci sono stati completamente sterminati dai romani, cosicché non si è prodotta alcuna mescolanza fra questi due popoli. Per provare un’ipotesi così innaturale, il nostro storico si fonda su un passaggio dubbio di Eutropo e su un passaggio di Giuliano, ai quali dà un’interpretazione impossibile da ammettere a mente sana, e così incomincia la dimostrazione storica della nostra romanità, con una falsificazione della storia.
Nel 1825 appare Il lessico di Buda, “rumeno-latino-ungherese-tedesco”, che tenta di stabilire attraverso le derivazioni delle parole che la nostra lingua è la lingua romana più pura e pochissimo mescolata con parole antico-slave. Alcuni esempi mostreranno il valore di queste derivazioni:

Il nostro verbo găsesc [trovo] deriva dal latino con-secuor, il sostantivo boier [nobile] da voglia, cioè voluntas, il sostantivo ceas [ora] da caedo, caesum, caesura, poiché il giorno in 24 parti quasi cesure è diviso.

Con un tale procedimento incomincia la nostra scienza sulla latinità delle parole rumene, e il primo passo si fa attraverso una falsificazione dell’etimologia.
Nel 1840, si pubblica il Saggio critico in lingua romanica. Scritto in latino, questo libro ha lo scopo di mostrare agli stranieri che tipo di lingua chiara è quella parlata dal popolo rumeno, tuttavia mostra una lingua che non si è parlata e non si parlerà mai fra il popolo rumeno. Là incontriamo forme grammaticali e frasi come le seguenti:

Aburiu şi abureru auditu, abébiu, abebimu, abeboru făcutu, abiu, voliu fire cantatu; do invetiasses aleque, nu abi fire asi superstitiosu, que a fedu, do se et asconde, do me et laudi cu gula la, quomu ari, asi secili etc., etc.

E, così, la grammatica rumena incomincia con una falsificazione della filologia.
Lo ripetiamo: ciò che sorprende e rattrista in questi prodotti non è l’errore in se stesso, poiché questo si spiega e talvolta si giustifica con le circostanze del tempo, ma è l’errore del nostro giudizio di oggi su di loro, è la lode e la sufficienza con cui sono guardati dalle intelligenze rumene come veri fatti di scienza ammissibile, è la cecità di non vedere che la costruzione della nazionalità rumena non si può basare su un fondamento al cui centro giace la falsità.
Se gli stranieri sanno oggi e riconoscono che noi siamo di stirpe latina, il merito non è il nostro, ma dei filologi Dietz, Raynouard, Fuchs, Miclosich, Max Müller e altri, i quali non attraverso pretenziose illusioni, ma attraverso solide leggi della scienza hanno dimostrato l’essenziale latinità della lingua rumena. Mentre libri come il Tentamen critc e il Lexicon de la Buda non potevano che ostacolare la verità, producendo sfiducia contro una tesi che aveva bisogno di argomenti così errati per essere sostenuta.
Una volta definita la falsa direzione attraverso quelle tre opere dell’inizio della cultura moderna, l’intelligenza rumena ha proceduto con facilità sulla strada aperta, e, con la stessa falsità all’interno, e con la stessa ambizione all’esterno, sono state imitate e falsificate tutte le forme della civiltà moderna. Prima di avere un partito politico, il quale senta la necessità di un organo, e un pubblico amante della scienza, il quale abbia bisogno della lettura, noi abbiamo fondato giornali politici e riviste letterarie e abbiamo falsificato e disprezzato la pubblicistica. Prima di avere maestri nei villaggi, abbiamo fatto scuole nei villaggi, prima di avere professori capaci, abbiamo aperto ginnasi e università e abbiamo falsificato l’istruzione pubblica. Prima di avere una cultura cresciuta nei confini delle scuole, abbiamo creato atenei rumeni e associazioni culturali e abbiamo disprezzato lo spirito delle società letterarie. Prima di avere anche solo un’ombra di attività scientifica originale, abbiamo fatto la Società accademica rumena, con la sezione filologica, storico-archeologica e delle scienze naturali, e abbiamo falsificato l’idea di accademia. Prima di avere gli artisti necessari, abbiamo creato il conservatorio di musica; prima di aver un solo pittore di valore, abbiamo creato la scuola delle belle arti; prima di avere un solo testo drammatico di prestigio, abbiamo fondato il teatro nazionale – e abbiamo deprezzato e falsificato tutte queste forme di cultura.
In apparenza, secondo la statistica delle forme esterne, i rumeni possiedono oggi quasi l’intera civiltà occidentale. Abbiamo politica e scienza, abbiamo giornali e accademie, abbiamo scuole e letteratura, abbiamo musei, conservatori, abbiamo teatro, abbiamo perfino una costituzione. Ma in realtà tutte queste cose sono produzioni morte, ambizioni senza fondamento, fantasmi senza corpo, illusioni senza verità, e così la cultura delle classi più alte dei rumeni è nulla e senza valore, e l’abisso che ci divide dal popolo basso diviene di giorno in giorno più profondo. Da noi, l’unica classe reale è quella del contadino rumeno, e la sua realtà è la sofferenza, sotto cui sospira per le fantasmagorie delle classi superiori. Poiché dal suo sudore quotidiano scaturiscono i mezzi materiali perché sia sostenuto l’edificio fittizio, che chiamiamo cultura rumena, e con l’ultimo obolo lo costringiamo a pagare i nostri pittori e i nostri musici, gli accademici e gli affiliati dell’Ateneo di Bucarest, i premi letterari e scientifici di ogni dove, e almeno per riconoscenza non produciamo per lui nemmeno un’opera che innalzi il suo cuore e gli faccia dimenticare per un momento la miseria di tutti i giorni.
Continuare a vivere in questo modo è impossibile. Il lamento del popolo e il ridicolo della plebe superiore sono giunti al culmine. D’altro canto, grazie al miglioramento delle comunicazioni, adesso la stessa cultura occidentale arriva da noi, poiché noi non abbiamo saputo andarle incontro. Sotto la sua luce trionfante diverrà manifesto tutto l’artificio e tutta la caricatura della nostra “civiltà”, e le forme vane con cui ci siamo dissimulati finora si vendicheranno attirando con avidità il fondo solido dal cuore straniero.
Forse c’è ancora tempo per la salvezza? Forse è ancora possibile che si produca un’energica reazione nelle teste della gioventù rumena e, insieme al disprezzo per la falsità attuale, si risvegli la volontà di porre il vero fondamento laddove si trovano oggi solo illusorie ambizioni? Forse la sorte ci accorderà tempo per questa rigenerazione dello spirito pubblico e, prima di lasciare che si insinui nel cuore l’indifferenza per la morte, è ancora compito di ciascuna intelligenza che vede il pericolo lottare fino all’ultimo contro di esso.
Un primo errore, da cui deve guardarsi oggi la nostra gioventù è il blando incoraggiamento delle mediocrità. La poesia peggiore, la prosa assolutamente priva di idee, il discorso più superficiale – tutto ciò è accolto con lode, o almeno con indulgenza, con il discorso che “è pur sempre qualcosa” e che migliorerà. Diciamo così da 30 anni e incoraggiamo uomini ignoranti e mediocri! Il signor X è proclamato gran poeta, il signor Y – eminente giornalista, il signor Z – uomo di stato europeo, e il risultato è che da allora in poi andiamo sempre peggio, che la poesia è scomparsa dalla società, che la pubblicistica ha perduto qualsiasi influenza; e per quanto riguarda la politica, beati gli articoli letterari, cui è concesso di non occuparsi di essa!
Da qui impariamo la grande verità che le mediocrità devono essere scoraggiate dalla vita pubblica di un popolo, e tanto più quanto il popolo è incolto, poiché proprio allora sono pericolose. Le cose di valore mostrano al primo apparire il loro merito e non hanno bisogno di indulgenza, poiché non è buono solo per noi e solo per il momento, ma per tutti e per sempre.
La seconda verità, la più importante, da cui dobbiamo essere toccati, è questa: La forma senza contenuto non solo non porta alcun utile, ma è davvero rovinosa, poiché annulla un potente mezzo di cultura. E di conseguenza diremo: meglio non fare affatto una scuola che fare una cattiva scuola, meglio non fare affatto una pinacoteca che farne una priva di arte bella; meglio non fare affatto gli statuti, l’organizzazione, i membri onorari e disonorati di un’associazione che farli senza che lo spirito peculiare dell’associazione si sia manifestato con certezza nelle persone che la compongono; meglio non fare affatto accademie, con le loro sezioni, con le solenni riunioni, con i discorsi di accoglienza, con gli annali piuttosto che fare tutte queste cose senza la maturità scientifica che sola dà la ragion d’essere.
Poiché se facciamo altrimenti, allora produciamo una serie di forme che sono costrette a esistere un tempo più o meno lungo senza il loro proprio contenuto. Tuttavia nel tempo in cui un’accademia è costretta a esistere senza scienza, un’associazione senza spirito di società, una pinacoteca senza arte, una scuola senza buona istruzione, durante questo tempo le forme vengono screditate completamente fra l’opinione pubblica e rallenta anche il contenuto, che, indipendente da esse, potrebbe prodursi in futuro e che in quel momento si guarderebbe dall’abbigliarsi con il suo disprezzato vestito.
Tornando da queste riflessioni generali al punto concreto da cui siamo partiti, vediamo con quanta facilità possiamo spiegare ora il comportamento del foglio Transilvania e degli altri suoi colleghi. Transilvania è colpita dall’ebbrezza delle forme vuote, attraverso cui si caratterizza la cosiddetta cultura rumena al giorno d’oggi.  Essa crede di far progredire la letteratura, aumentando il numero delle pagine periodiche nella letteratura rumena; crede che le relazioni sull’associazione transilvana, che pubblica e in cui si vede un’assenza totale di attività intelligente, producano un utile, poiché sono i protocolli firmati da un presidente e da un vicepresidente e da un segretario; crede che le elucubrazioni da liceale del signor T. sull’economia politica e le strombazzate del signor P. sulla letteratura rumena con la sua “prestanza” e sulla necessità di un panteon in cui figurino anche i dotti rumeni “che sudano sulle vette aspre della filosofia” siano lodevoli fatti di scienze, poiché sono stati pronunciati come solenni discorsi durante un’assemblea annuale dell’associazione per la cultura del popolo rumeno. Essa si meraviglia come da noi, nell’anno 1868, si chieda contenuto per queste forme, si chieda buona lingua, ortografia, grammatica per un foglio letterario e ci dichiara che non ha tempo per occuparsi di simili “bagattelle”.
Come ho detto, noi comprendiamo e ci spieghiamo questo comportamento; ma altrettanto bene comprendiamo l’obbligo imposto alla gioventù rumena di sforzarsi e di abbandonare una volta per sempre la direzione di questi “veterolottatori” della nazione.
Poiché senza cultura può ancora vivere un popolo con la speranza che nel momento naturale del suo sviluppo comparirà anche questa forma benefattrice della vita umana; ma con una cultura falsa non può vivere un popolo, e se persevera in essa, allora dà un altro esempio dell’antica legge della storia: che nella lotta fra la vera civiltà e una nazione resistente si annulla la nazione, giammai la verità.

(T. Maiorescu, În contra direcţiei de astăzi în cultura română (1868), în Id., Critice, Minerva, Bucureşti, 1989, pp. 122-130)


* Id. Critice, Prefa†å de G. Dimisianu, Bucureßti 1989, pp. 122-130

* Id. Critice, Prefa†å de G. Dimisianu, Bucureßti 1989, pp. 122-130

 
ultimo aggiornamento: 29-Mar-2007
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